Il presidente della sezione genovese: “Una manifestazione partecipata, capace di lasciare un segno profondo nella città e nelle persone”
Se si dovesse dare un voto a questa settimana degli Alpini, forse il giudizio più autentico non dovrebbe arrivare da chi l’ha organizzata, ma da chi l’ha vissuta. Eppure il sentimento che emerge è chiaro: è stata una settimana intensa, partecipata, capace di lasciare un segno profondo nella città e nelle persone.
“Per me è andata molto bene, sono felice”, racconta il presidente, quasi con pudore, evitando di autocelebrarsi. “Non posso essere io a darmi un voto. Però tanti alpini ci hanno detto bravi".
Ed è proprio questo il dato più significativo: il legame nato tra Genova e il mondo alpino. Una relazione fatta di incontri, sorrisi, applausi e memoria condivisa. “Gli alpini hanno conosciuto Genova e Genova ha conosciuto gli alpini”, spiega, sottolineando soprattutto il ruolo della sezione genovese, protagonista di giornate vissute con orgoglio e partecipazione.
Particolarmente simbolica la sfilata insieme alla sindaca della città: “Abbiamo sfilato insieme alla sindaca, insieme a tutti i nostri alpini, nel grande abbraccio di Genova”. Un’immagine che racchiude il senso più profondo dell’Adunata: non solo una manifestazione storica, ma un momento di comunità.
Il tema del ricambio generazionale
Accanto all’entusiasmo, però, emerge anche una riflessione importante. Gli Alpini continuano a essere presenti in prima fila nelle emergenze, nel volontariato e nella protezione civile, ma l’età media cresce e il ricambio generazionale diventa una sfida inevitabile.
“Gli alpini stanno diventando anziani”, Da qui nasce una proposta precisa: non il ritorno della leva militare tradizionale, ma un servizio civile obbligatorio dedicato ai giovani.
“Non un servizio con le armi in mano: non è più il tempo e non è più il modo”, chiarisce. “Ma un periodo di protezione civile, di impegno civile, che possa aiutare i ragazzi”.
Secondo il presidente, molti giovani vivono con difficoltà il passaggio tra la scuola e il mondo del lavoro, in una società sempre più individualista. Per questo servono esperienze capaci di creare comunità, responsabilità e spirito di collaborazione.
I campi scuola degli Alpini
Un esempio concreto sono i campi scuola organizzati dagli Alpini, spesso oggetto di pregiudizi superficiali. “Qualcuno pensa che nei campi scuola si impari la vita militare”, racconta. “In realtà facciamo natura, montagna, attività sulla roccia, educazione civica”.
Esperienze che, secondo lui, lasciano un segno profondo nei ragazzi: “Entrano in un modo ed escono cresciuti”. Non importa poi se sceglieranno davvero di indossare il cappello alpino: ciò che conta è il percorso umano.
Il cappello alpino e una storia personale
Il cappello alpino, infatti, non è soltanto un simbolo militare. “Su ogni cappello c’è la storia di un alpino”, dice il presidente, introducendo un ricordo personale.
Da giovane aveva frequentato la scuola ufficiali come ufficiale medico, specializzandosi in chirurgia. Successivamente era stato assegnato ai Carabinieri, ma sentiva che quella non era la sua strada. “Venivo da una famiglia alpina, volevo andare negli Alpini”.
Erano gli anni Ottanta, gli anni del terrorismo e delle Brigate Rosse. In quel contesto, i Carabinieri difficilmente lasciavano andare un militare di leva già assegnato. Ma lui insistette, scrisse personalmente al presidente Pertini e pochi giorni dopo, arrivò il trasferimento tanto desiderato. "E così sono finito negli Alpini”.

