"E' stato un momento di presa di consapevolezza per una parte della società che portava avanti istanze già allora urgenti e oggi non più rimandabili"
A venticinque anni dal G8 di Genova, piazza Alimonda è tornata a essere il luogo della memoria e della riflessione. Alla manifestazione "Per non dimentiCarlo", dedicata a Carlo Giuliani, ucciso il 20 luglio 2001 durante gli scontri con le forze dell'ordine, ha preso parte anche la sindaca di Genova, Silvia Salis, che ha sottolineato il valore storico e politico di quel movimento.
«Da sindaca credo sia importante, necessario e opportuno essere presente qui oggi», ha dichiarato Salis. «Ridurre il G8 agli scontri e alla violenza di quei giorni sarebbe un errore clamoroso: è stato un momento di presa di consapevolezza per una parte della società che portava avanti istanze già allora urgenti e oggi non più rimandabili. Le preoccupazioni da cui nasceva quel movimento si sono tragicamente rivelate fondate e i giorni che viviamo ce lo confermano».
La sindaca, che ha incontrato anche i familiari di Giuliani (nella foto con il padre Giuliano) ha quindi richiamato il tema della gestione dell'ordine pubblico, sostenendo che «dovrebbe avere lo scopo di non alimentare la violenza, ma di contenerla». Al contrario, secondo Salis, «il modo in cui è stato gestito a Genova nei giorni del G8 è stato un pugno allo stomaco, proprio mentre gli occhi del mondo erano puntati sulla città. Il risultato è stato che le violenze hanno distolto l'attenzione dalle istanze portate avanti da quel movimento».
Alla commemorazione è intervenuta anche Elena Giuliani, sorella di Carlo, che ha ribadito il duplice significato dell'iniziativa, ripetuta ogni anno dal 2001. «Da una parte si fa memoria di quello che è successo per chiedere verità sui fatti di Genova e su Carlo, per il cui omicidio non è mai stato celebrato un processo, essendo stato il caso archiviato rapidamente. Dall'altra, i temi di allora sono ancora tutti terribilmente, tragicamente presenti oggi».
Nel suo intervento, Elena Giuliani ha richiamato anche la recente morte di Abdereaim Fakir durante un intervento delle forze dell'ordine, tracciando un parallelo con quanto accadde al fratello. «Quell'approccio di allora e ciò che chiedevamo allora sono ancora validi e necessari. La repressione condotta contro il movimento continua ancora oggi. Forse bisogna finalmente iniziare a fare un ragionamento su come gestire l'ordine pubblico, il dissenso e affrontare i problemi del Paese e del mondo».
«Sapere quello che è stato fatto a mio fratello e vedere forme di quella repressione replicarsi – ha aggiunto riferendosi alla morte di Fakir – è il motivo per cui siamo qui da 25 anni. Chiediamo un'assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni e una riflessione politica nazionale su come sono stati gestiti quei fatti, affinché non si ripetano per strada, nelle carceri, nei centri di detenzione per migranti e ai confini».