Ex Ilva, Palombo (Rsu Fiom): "Non siamo banditi. Non vogliamo chiudere, il governo trovi una soluzione"

"Questi duemila lavoratori potrebbero continuare a lavorare se qualcuno avesse pensato per tempo a cercare sul mercato i rotoli d’acciaio necessari"

Armando Palombo, Rsu Fiom di Cornigliano, storico leader sindacale dello stabilimento, ironizza: "Abbiamo trovato un’accoglienza un po’ troppo imponente: c’erano troppi mezzi e ci siamo sentiti come dei banditi. Ma non siamo banditi e non rappresento dei banditi".

Anche adesso che la piazza è stata aperta, rimaniamo disciplinatamente fermi e non entriamo. Per il momento non saliamo dal prefetto, anche perché siamo irritati per quanto accaduto. Sappiamo che ci sono movimenti in corso e che il Ministero dell’Interno sta incontrando i segretari nazionali. Restiamo quindi in attesa. Abbiamo montato le tende: evidentemente è successo qualcosa di importante e stanotte dormiremo qui.

Gli ultimi quattro tavoli di confronto si sono sempre svolti a Palazzo Chigi. Ora la questione è nelle mani della Presidenza del Consiglio e mi auguro che ci sia piena sintonia con i commissari. A volte ho qualche dubbio, perché la situazione, soprattutto per gli stabilimenti del Nord, è surreale.

A Taranto c’è un provvedimento giudiziario che potrebbe giustificare, e mi auguro che non accada, il fermo degli impianti a caldo. Ma tutti gli altri stabilimenti, da quelli del Nord fino alla produzione a caldo di Taranto, devono essere alimentati. Non possiamo scaricare sulle spalle degli italiani altri duemila lavoratori in cassa integrazione.

Questi duemila lavoratori potrebbero continuare a lavorare se qualcuno avesse pensato per tempo a cercare sul mercato i rotoli d’acciaio necessari, che ci sono. Io non gestisco l’azienda e non ho tutte le informazioni, ma so che, se non garantisci ai clienti le forniture di zincato, latta e altri prodotti, alla lunga rischi di perderli. Conosciamo anche clienti storici: se si continua con i fermi e senza un piano, il rischio è che non ci siano più clienti e che si finisca davvero per far morire la siderurgia. Noi contrasteremo questo rischio con tutti i mezzi e le forze a nostra disposizione.

La situazione di Taranto ha un impatto diverso rispetto a quello sugli stabilimenti di Genova, Novi Ligure, Racconigi, Paderno Dugnano, Porto Marghera e Milano. Al Nord ci sono duemila persone che lavorano. Se si riesce a salvare Taranto, tanto meglio. Ma se non ci si riesce, perché dobbiamo arrenderci anche per tutti gli altri stabilimenti?

In un Paese normale, Taranto dovrebbe essere paragonabile a impianti come quelli di Fos-sur-Mer, sulla costa francese, Dunkerque e Avilés, dove i cicli integrali siderurgici continuano a funzionare in diverse parti d’Europa. Poche settimane fa, per esempio, è arrivata la notizia della riaccensione di un altro altoforno a Fos-sur-Mer, fermo da anni, perché c’è mercato. Questo è il vero problema.

Noi vogliamo assolutamente che Taranto si salvi: siamo colleghi e compagni di lavoro. Ma si tratta di due situazioni diverse, seppure all’interno dello stesso gruppo. Non è che, se si ferma uno stabilimento, dobbiamo fermarli tutti.

Nel frattempo noi andiamo avanti, mentre aspettiamo una decisione. La loro motivazione è che, nell’attesa, si chiude. Noi invece non vogliamo chiudere. Chiediamo una soluzione che preveda tempi adeguati per reperire sul mercato i rotoli d’acciaio necessari. Ci è stato detto che è possibile, anche se servono risorse economiche. Se ci si fosse mossi prima, sarebbe stato meglio. Se i soldi non ci sono, spetta al governo trovare il modo di reperirli".


12/10/2026
Luca Pandimiglio