Per lo stabilimento siderurgico si apre così una fase decisiva, con pesanti conseguenze sia sul piano industriale sia su quello occupazionale
Nessuna proroga per l’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto. La Corte d’Appello civile di Milano ha respinto la richiesta di sospendere il provvedimento che impone lo spegnimento degli altiforni entro 90 giorni. Per lo stabilimento siderurgico si apre così una fase decisiva, con pesanti conseguenze sia sul piano industriale sia su quello occupazionale.
Il provvedimento era stato adottato il 27 luglio dalla Sezione specializzata in materia d’impresa della Corte d’Appello milanese. I giudici avevano stabilito che l’attività produttiva dell’area a caldo dovesse essere interrotta entro ottobre e potesse riprendere soltanto dopo la rimozione completa dell’amianto ancora presente negli impianti e l’introduzione di interventi in grado di riportare le emissioni di polveri sottili entro livelli considerati sicuri.
Contro quella decisione Ilva spa e Acciaierie d’Italia hanno presentato ricorso in Cassazione. I tempi, tuttavia, difficilmente consentiranno alla Suprema Corte di pronunciarsi prima della scadenza fissata dai giudici milanesi. Da qui la richiesta di una sospensione provvisoria del provvedimento, motivata soprattutto dal rischio di un danno economico irreversibile.
Secondo la società, fermare gli altiforni significherebbe infatti bloccare di fatto la produzione dell’impianto di Taranto, con conseguenze assimilabili alla chiusura dello stabilimento. La Corte d’Appello ha però ritenuto necessario confrontare questo rischio con un’altra possibile conseguenza irreparabile: quella per la salute della popolazione residente nell’area tarantina.
È proprio il bilanciamento tra i due interessi ad aver portato al rigetto della richiesta di sospensiva. I giudici hanno quindi lasciato in vigore l’ordine di fermare l’area a caldo entro il termine stabilito.
Reazione
“L’avvio della procedura di licenziamento collettivo è un segnale estremamente grave, soprattutto per un territorio come Genova, che negli anni ha già pagato un prezzo altissimo in termini di riduzione degli organici Ericsson. Non possiamo pensare che, di fronte alle trasformazioni del settore delle telecomunicazioni, la risposta continui a essere quella di scaricare i costi sui lavoratori. Chiediamo all’azienda di assumersi fino in fondo le proprie responsabilità e di aprire un confronto serio con le organizzazioni sindacali, con l’obiettivo di individuare tutte le soluzioni possibili per evitare licenziamenti traumatici. Come Fistel Cisl siamo pronti a fare la nostra parte, ma è necessario un impegno concreto da parte di Ericsson e delle istituzioni per difendere l’occupazione e garantire un futuro industriale al sito genovese”, spiega Giorgio Merlino, segretario generale della Fistel Cisl Liguria
Alla base della decisione di luglio c’erano anche le conclusioni raggiunte nell’ambito dell’azione promossa da undici cittadini appartenenti all’associazione Genitori Tarantini. Il procedimento aveva evidenziato, secondo i giudici, una maggiore incidenza di mortalità e ricoveri nelle zone più vicine allo stabilimento rispetto ad aree anche relativamente poco distanti.