Il cineasta genovese, già malato, cedette all'amico Monicelli la regia del film che aveva ideato e sceneggiato con De Bernardi, Benvenuti e Pinelli
Esattamente 50 anni fa, proprio a Ferragosto, debuttava "Amici miei", il capolavoro firmato da Mario Monicelli. Nei titoli di testa si legge: "un film di Pietro Germi. Regia di Mario Monicelli". È l'ultimo saluto del regista toscano a Pietro Germi, il grande cineasta genovese premio Oscar per la sceneggiatura di Divorzio all’italiana, che aveva immaginato il film insieme a Piero De Bernardi, Leo Benvenuti e Tullio Pinelli, condividendo soggetto e spunti di sceneggiatura. Costretto a rinunciare alla regia a causa della malattia, fu lui stesso a chiedere a Monicelli di "completare il lavoro", congedandosi dalla troupe con una frase che ispirò poi il titolo del film: "Amici miei, ci vedremo, io me ne vado".
Un'opera che, ancora oggi, conserva una vitalità straordinaria, tanto da essere diventata parte integrante del linguaggio quotidiano — basti pensare alla celebre "supercazzola", solo il più iconico tra i tanti tormentoni — e che ha lasciato un'impronta profonda nell'immaginario collettivo, proprio come fece "La dolce vita" quindici anni prima.
La pellicola fu presentata in anteprima al Teatro Greco di Taormina, ma non passò inosservata nemmeno alla censura: fu infatti vietata ai minori di 14 anni, un provvedimento che finì per stimolare ancora di più la curiosità del pubblico e ne aumentò la visibilità.
Nonostante un’accoglienza critica inizialmente tiepida — fu considerata solo "un’altra commedia all’italiana" — fu proprio l’entusiasmo crescente del pubblico a decretarne il successo. Tanto che il film ebbe due capitoli successivi ('Atto II' e 'Atto III') e perfino un prequel ambientato nel Medio Evo.
L’idea iniziale prende spunto da una vicenda realmente accaduta negli anni Trenta: a Castiglioncello, in provincia di Livorno, un gruppo di amici — Mazzingo Donati, medico immunologo, l’architetto Ernesto Nelli, il nobile Giorgio Menicanti, il giornalista Silvano Nelli e Cesarino Ricci — erano noti per la loro goliardia e le burle ai danni di ignari passanti. Alcuni di loro erano ancora in vita all’epoca delle riprese e accolsero con simpatia il ritratto che ne offrirono Ugo Tognazzi (il decaduto conte Raffaello 'Lello' Mascetti), Philippe Noiret (il romantico cronista Giorgio Perozzi), Adolfo Celi (lo spietato primario Alfeo Sassaroli), Gastone Moschin (l'architetto comunale Rambaldo Melandri, eterno innamorato) e Duilio Del Prete (il barista Guido Necchi). A quest’ultimo si deve la "zingarata" più crudele, quella contro il pensionato interpretato da Bertrand Blier (il Righi), mentre l’indimenticabile sequenza degli schiaffi ai passanti in stazione fu ideata con la complicità sadica di Tognazzi.
Tra le curiosità del dietro le quinte: Marcello Mastroianni, inizialmente scelto per il ruolo del Mascetti, declinò l’offerta temendo di essere oscurato dal resto del cast. Si racconta anche che Raimondo Vianello rifiutò la parte per non perdersi le partite dei Mondiali di calcio, che si svolgevano proprio durante le riprese. Philippe Noiret, coinvolto all’ultimo anche per esigenze di coproduzione, fu doppiato da Renzo Montagnani, che anni dopo avrebbe sostituito Del Prete in Amici miei – Atto II, sempre per la regia di Monicelli. Il terzo e ultimo capitolo della saga, invece, passò nelle mani di Nanni Loy.
La trama — strutturata su una serie di flashback evocati dal Perozzi — si snoda agilmente grazie al montaggio serrato e preciso di Ruggero Mastroianni, mentre le musiche firmate da Carlo Rustichelli aggiungono un tocco malinconico che accompagna perfettamente la leggerezza del racconto. Tutto prende il via da una grigia alba fiorentina: il giornalista Perozzi, rientrando a casa dopo una lunga notte in redazione, si ribella alla routine, al sonno, e a una vita familiare deludente, sognando una giornata di nuove zingarate con i suoi compagni di avventure, "bischeri" come lui, per "una giornata che non ci sarebbe mai più stata". Nel finale, dopo aver rivissuto nella memoria i momenti più significativi dell’amicizia, Perozzi si corica e viene colto da un infarto improvviso. La sua ultima "supercazzora" è rivolta al prete chiamato al suo capezzale. Al funerale, i suoi amici piangono commossi, ma poco dopo le lacrime si trasformano in una risata incontenibile: un omaggio alla vita che, comunque, continua. In queste due scene si condensano l’anima malinconica di Germi e il cinismo affettuoso — solo in apparenza spietato — di Monicelli, che oggi possiamo considerare a pieno titolo uno dei massimi esponenti del nostro cinema. "La vera felicità – diceva il regista – è la pace con se stessi. E, per averla, non bisogna tradire la propria natura."